Il Libro

L'usignolo, non l'allodola

di  Johnston Jennifer

Il teatro  pp. 39 Dim.: 67 kb. downloads: 1659
NOTA AL LETTORE- NAVIGATORE
Nata a Dublino nel 1930, Jennifer Johnston è oggi una delle voci più apprezzate della scena letteraria irlandese. Autrice di numerosi romanzi di grande successo come Shadows on Our Skin (1977), The Old Jest (1979), The Railway Station Man (1984), The Invisible Worm ( 1991) fino ai più recenti The Illusionist (1995) e The Gingerbread Woman (2000), la Johnston delinea con precisione e senza tentennamenti o languori romantici un universo femminile spesso segnato dall’isolamento, in cui la creazione artistica è metafora dell’indomita volontà di autocoscienza e auto-conoscenza delle donne. La sua cifra stilistica, oramai inconfondibile, è caratterizzata da un tono colloquiale intessuto di lucidi fili di ironia, che hanno fatto pensare a Elizabeth Bowen. Al centro della sua ricerca è sempre la condizione della donna in Irlanda, iscritta nella storia del secolo appena concluso. La sua estrazione sociale, l’alta borghesia illuminata d’origine inglese e di fede anglicana emarginata dopo l’indipendenza, ha forse determinato il sentimento di profonda e intransitiva alienazione che segna le protagoniste dei suoi primi romanzi. Più di recente la separatezza non è più d’origine sociale, bensì generazionale: il rapporto figlia/padre e, più ancora, quello della donna con la propria madre rivelano le crepe di un’identità irrisolta. Il tema prediletto sembra essere ora la vecchiaia come età della soglia estrema verso l’accettazione di sé, a cui solo e ancora una volta l’immaginazione, la fantasia creatrice forniscono una possibile via di accesso, come accade nel bellissimo Two Moons (1998). Ci è sembrato stimolante proporre ora al lettore-navigatore italiano che già può leggere “in forma di libri” alcuni romanzi della Johnston tradotti e pubblicati in Italia (L’albero di Natale, Il tarlo invisibile e Quante miglia da Babilonia) un dramma in un atto dall’inequivocabile titolo shakespeariano, L’usignolo, non l’allodola, perché nel teatro è chiara e percettibile la eco della parola di Beckett e quale migliore palcoscenico beckettiano che non quello virtuale di un navigatore di Internet? Il teatro della Johnston, che predilige l’atto unico e il radiodramma, è pubblicato da Raven Arts Press (Three Monologues, The Nightingale and Not the Lark) e da Lagan Press ( The Desert Lullaby). Forse qualcuno anche in Italia vorrà far risuonare la parola della Johnston su un palcoscenico non solo virtuale.
Mamie, una vecchia attrice di scarso talento, ma con “il pallino per il teatro”, sopravvissuta a se stessa nella soffitta di un vecchio auditorio, che tanto ricorda Happy Days, rievoca i due uomini della sua vita: il padre troppo amato e il marito attore del cui successo ha conservato fino a quel momento i documenti in innumerevoli ritagli di giornale - “due cassetti col mio passato tutto ben ripiegato.” Ma la Johnston, lei figlia del drammaturgo Denis e dell’attrice Shelah Richards, a differenza di Beckett, crede o vuol credere nella catarsi, nel “miracolo del teatro.” Come dice nella bella introduzione – confessione, che pure abbiamo tradotto, è decisa a “ripetere quel miracolo per [se stessa], ad inventare un mondo di teatro, un mondo in cui realtà ed immaginazione si tocchino e siano unite da legacci di parole.” Non a caso il racconto di Mamie è intessuto delle parole di Giulietta, di Ofelia e di Desdemona e la sua vita si chiude in uno struggente inchino ad un pubblico … immaginato o virtuale?
Carla De Petris
  • Johnston Jennifer  Nata a Dublino nel 1930, Jennifer Johnston è oggi una delle voci più apprezzate della scena letteraria irlandese. Autrice di numerosi romanzi di grande successo come Shadows on Our Skin (1977), The Old Jest (1979), The Railway Station Man (1984), The Invisible Worm ( 1991) fino ai più recenti The Illusionist (1995) e The Gingerbread Woman (2000), la Johnston delinea con precisione e senza tentennamenti o languori romantici un universo femminile spesso segnato dall’isolamento, in cui la creazione artistica è metafora dell’indomita volontà di autocoscienza e auto-conoscenza delle donne
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